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I luoghi possibili — 03/02/2022

Provate a chinare la testa e guardate il pavimento. Di colpo tiratela su (tenetevi ben saldi a qualcosa, il movimento deve essere veramente veloce). Cosa vedete? Le linee che il vostro cervello intercetta sono le stesse che vedreste da fermi? Non avete la sensazione che il mondo sia sghembo per un solo istante? E se ci pensate, ve lo ricordate? Sareste in grado di raccontarlo, di disegnarlo? Quello che registrate è molto simile alla realtà che conoscete, solo leggermente distorta. La distorsione dura talmente poco che è difficile da notare. Ma in quel secondo non si insinua in voi il dubbio che la realtà che vedete non sia allora poi così oggettiva?

Ricordate le lezioni sulla prospettiva? Quando ci spiegavano che la prospettiva serve a rappresentare la realtà non come è, ma come si vede.

Le opere di Giuseppe Sciortino potrebbero essere un racconto di questo tipo. Un realismo non fine a se stesso, ma mezzo per specchiarsi familiarmente. Per parlare di qualcosa che è leggermente al di là del visibile e che già è entrato nel sensibile.

L’artista si definisce sospettoso e scettico, sa benissimo che ciò che vediamo non è ciò che è. Che la reale essenza è e rimarrà inconoscibile. Per cui offre allo spettatore un mondo realistico e non reale, plausibile e non oggettivo, riconoscendosi nell’impossibilità di aprire certi spiragli, di squarciare certi veli.

Si riconosce in lui una luce, un’aria simile, sempre affine, sempre fedele, come se fosse la sua mente a emanarla e, poi, a registrarla attraverso la pittura. Una luce che permea i colori pastosi e crea superfici ammorbidite dalla metafisica, che ammettono una leggerezza diffusa. E l’artista attraverso essa rivendica la sua esistenza, ne fa la sua cifra.

Le superfici sembrano palpabili e impalpabili, forse proprio in ragione della volontà dell’artista di trovare un senso della realtà attraverso i suoi dipinti, senso che tuttavia sfugge nonostante sembri proprio nascosto dietro l’angolo, appena fuori dai bordi del quadro.

Questa sensazione suggerisce che sia lo spettatore a dover proseguire questa ricerca di senso, aggiungendo frammenti ai tagli vertiginosi, che nascondono più che mostrare e interrogano più che asserire. L’artista gioca sul soggetto dell’immagine, lo fa diventare oggetto di attenzione prima e di distrazione poi, costringendo lo spettatore a superare quel limite, quell’inquadratura. L’attenzione di chi guarda è così costretta a lasciare la via prestabilita, a deragliare, per andare in cerca di qualcosa di invisibile, che esiste solo a completamento dell’esperienza, che non è più né mentale né spaziale, è trascendente e metafisico.

La rappresentazione della realtà quindi, anche se inesatta, non perde di senso, ma ne acquista uno nuovo, un senso prima condiviso dall’artista e poi terminato dal fruitore.

L’azione del pittore non si spinge mai fino al dimostrare qualcosa, ma è limitata al mostrare. Tuttavia il suo mostrare comporta selezioni, tagli, inquadrature, comporta la scelta di una porzione di mondo che lui vorrebbe fosse disinteressata, fosse solo contemplazione e mai azione, ma non è così. Impossibile è trovare l’oggettività per ciascuno di noi. La ricerca dell’artista si muove in un percorso spinoso, apparentemente distaccato, ma che altro non è che la possibilità di dare un senso alla realtà che ci circonda, cercando attraverso la sottrazione di lasciar spazio alle risposte di ognuno, soprattutto alle sue.

Le sue opere alludono a ricordi di luoghi che potremmo aver vissuto: particolari, immagini nitide e allo stesso tempo possibilmente irreali, come rivivere le stanze della nostra infanzia, o i panorami delle vacanze. C’è una componente legata al ricordo nelle sue opere. Un ricordo particolareggiato, di cui non sappiamo mai se i dettagli che vediamo sono reali o frutto di un’addizione della nostra mente, mai dall’apparenza posticcia, sempre intento a raggiungere quel giusto mezzo di plausibilità.

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